Palazzo dei diamanti di Ferrara 1970
GIULIO RUFFINI: memorie del tempo
di FLAVIO CAROLI

Girando le sale del Centro attività’ visive, fra il centinaio di disegni di GIULIO RUFFINI, ho ripensato con insistenza , senz’ombra non pure di ragioni, ma di stimoli formali, a Courbet. Prima di tutto perché mi ha sempre stupito un poco che un artista inesorabilmente legato a quel mondo della campagna romagnola, ai contadini e ai braccianti della propria terra, un artista colto per di più, che in anni di puntigliose e caparbie ricerche ha amato e studiato Goya, Picasso, Guttuso, gli espressionisti tedeschi fino a Dix e Grosz, ed è stato insomma ben più che un pedissequo imitatore di formule neorealistiche, non abbia mai tradito interessi particolari per il francese: se pure non si abbia diritto, ovviamente, di giudicare ciò che non è stato piuttosto che gli interessi inoppugnabili. Ma l’esempio del “provinciale “ Courbet mi sembra possa valere, alla lontana, come parametro su cui aggiustare il giudizio, per definire, in bene o in male, un orientamento sentimentale , come dire, un mondo poetico appunto “di provincia”. Quel senso per cui le persone e le cose, i contadini di Ornans, e anche poi le modelle di Parigi, sono precisamente , duramente così , vita e storia, e non si ha più che da parteciparle ed amarle per quel che sono: una serenità orgogliosa di giudizio che per Courbet è maturata certo nella capitale, ma ad esprimere pienamente il patrimonio sentimentale della giovinezza campagnola. L’obiettività caparbia che a Ruffini, su un altro piano beninteso, è sempre mancata un po’, senza colpe ripeto, per capire: e certo viverle ogni giorno le cose di provincia , col sospetto sempre di essere sempre un po’ ai margini della storia, può ben indurre qualche allucinato disagio. Una impronta espressionista, poco o nulla neppure impressionista, bonardiana o simili, è difatti già nei quadri neorealistici, fin dentro gli anni sessanta: per un impulso a illividire gli impasti, a comporre il dramma appartato, eroico a suo modo, di quell’umanità contadina. Da espressioniste le suggestioni si son fatte per lo più surrealiste nelle prove grafiche recenti: la maturazione, l’irrobustimento fantastico vi è evidente , ma la tendenza a contorcere , sia pure icasticamente , a stravolgere la realtà rimane puntualmente. Figurativamente, per capacità tecnica di dar corpo ed evidenza a quelle fantasie arrovellate , Ruffini è poco meno che straordinario; obbedendo alle suggestioni che gli arrivano più direttamente da Dalì, come osserva nella bella presentazione Luigi Carluccio, e anche da Moreni poi, nell’alito affocato ed estuoso sull’orizzonte basso di Romagna. Meno precisi, conclusi sono forse gli “Studi per l’Italia”, di una arguzia appena generica, di un rovello quasi colloquiale, discorsivo. Ma negli sfondi piatti e assillanti di quasi tutte le opere , nello “spaesamento”. davvero furente , di una esplosione di un’attenzione stranita, la fantasia di Ruffini si aggiusta compiutamente ; nel soffio putrido e malsano di un “vento caldo” sulla terra , come l’incubo di un ristagno senza speranze, di un ciclo della vita paludoso e inesorabile.
NAC notiziario di arte contemporanea /edizioni Dedalo/nov. 1970